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Archive for the ‘Scelte di vita’ Category

Dopo 58 anni di clausura suor Maria Giuseppina è tornata alla Casa del Padre

Il 28 giugno scorso, verso il tramonto, è deceduta nel Carmelo di Ravenna Suor Maria Giuseppina dell’Assunzione di Maria SS originaria di San Gavino. La Madre Superiora nel darne comunicazione la ricorda con grande tristezza.

“Era un’anima semplice, della semplicità dei piccoli di cui parla Gesù nel suo Vangelo. Sr. Giuseppina, al secolo Franceschina Orrù, era nata il 18/08/1927. Aveva frequentato nella sua giovinezza, la parrocchia fra le giovani dell’A.C., fino alla partenza per il nostro Carmelo nel marzo del 1950.

A soli 22 anni, quando le comunicazioni e iviaggi cominciavano appena ad affacciarsi alle idee, mettersi in viaggio, attraversare il Tirreno, arrivare a Ravenna, una città che forse non aveva mai sentito nominare, dove non conosceva nessuno (fu la prima delle altre 8 sarde che negli anni successivi la seguirono), allora fare questo, era come forse più che andare oggi in Australia, e sapendo di non tornare mai più al suo paese e alla sua famiglia.

Occorrevano due giorni per arrivare dal suo paese a Ravenna, fece il suo ingresso il 19 marzo 1950.

Ci raccontava che quando aveva 11 anni, avendo sentito la storia di S. Teresina, avvertì la vocazione di seguirne gli esempi. La sua vita al Carmelo è stata un crescendo nella vita della virtù. Alla scuola di S.Teresina.

Perciò non ha lesinato fatiche, non si è mai sottratta ai servizi, anche pesanti, che la vita comunitaria le chiedeva, accettando, col suo sorriso umile, anche le incomprensioni che , inevitabilmente potevano esserle donate come…ringraziamento. Non cercava di apparire, schiva di complimenti, amava il silenzio ed ha avuto sempre rispetto e devozione per chiunque fosse alla guida del monastero.

Il dolore venne a bussare alla sua porta, era il 24 marzo 1999, ancora nel pieno delle sue energie; ebbe una caduta che sembrava accidentale e che invece dopo ulteriori esami risultò dovuta a un ictus. Per alcuni anni però mantenne pressoché il ritmo del lavoro senza dispense e senza far pesare i vuoti di memoria che pure avvertiva.

Le visite mediche non lasciarono speranze, dato che la lesione aveva colpito una parte del cervello, per cui non riceveva più ossigeno, così il suo stato andò gradualmente deteriorandosi, perdendo le capacità nozionali, poi la parola, poi l’uso delle gambe, fino a dover stare a letto dopo un ricovero per focolaio polmonare nell’agosto del 2007.

Durante gli anni della sua infermità si è lasciata gestire con una docilità che, oltre a dare a noi una grande edificazione, è stata di esempio a medici e infermieri dell’ospedale, e a quelli domiciliari che venivano a curarle le piaghe da decubito.

Il geriatra che la visitò, quando ancora poteva esprimersi, le chiese di scrivere una frase per rendersi conto della sua presenza conoscitiva e lei, senza indugio disse: “Gesù è buono”. Quel medico l’ha sempre ricordata con venerazione e commozione.

Aveva, ancora in piena coscienza, celebrato il 50° anno di professione il 30 aprile 2002, attorniata dalla comunità che l’ha sempre amata e che pure lei ha amato. In quella occasione ebbe la gioia di avere attorno a sé alcuni suoi parenti, che poi l’hanno seguita con amore e dolore durante la sua lunga malattia.

I suoi ultimi giorni sono stati un calvario, sempre assistita amorevolmente dalla comunità. “Era la nostra piccola ostia che rappresentavamo sull’altare perché, unita alla Vittima Divina, fosse di propiziazione per noi e per il mondo intero. Ogni sera quando andavo a darle la buona notte le ricordavo la sua offerta e le sue intenzioni che hanno dato senso alla sua vita carmelitana: i sacerdoti, la conversione dei peccati. Non poteva parlare, ma il suo sguardo, il suo sorriso, il suo volto parevano assentire”.

Pubblicato su Nuovo cammino, n. 18, 5 ottobre 2008

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Tratto da Famiglia Cristiana

La sfida del capitano Malai

Era il simbolo delle donne afghane che non si piegano all’oscurantismo. Malai Kakar, capitano della polizia, figlia e sorella di poliziotti, aveva sfidato il potere dei talebani a Kandahar, loro roccaforte. E a Kandahad l’hanno uccisa, colpendo anche uno dei suoi sei figli. A dispetto di un regime che aveva vietato alle donne di lavorare, lei aveva scelto uno dei mestieri più maschili. Che le imponeva di portare un’arma. Dirigeva il Dipartimento dei crimini contro le donne e aveva preso parte a operazioni di sequestro di armi e droga. Più volte era stata minacciata. Ma lei non si era tirata indietro. Di certo, quando la morte è arrivata davanti a casa sua, non l’ha colta di sorpresa.

Giulia Cerqueti

Famiglia Cristiana, ottobre 2008

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